In attesa di un accordo tra le regioni e il Governo in materia di immigrazione, Futura ha intervistato Massimiliano Orlandi, del Coordinamento “Non solo asilo”, nato nel 2008 dalla collaborazione di una trentina di associazioni di Torino perché, come si legge sul sito (http://www.nonsoloasilo.org) “l’offerta di posti di accoglienza sia a livello nazionale che a livello locale torinese per i richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale era evidentemente insufficiente rispetto alle richieste di accoglienza dei rifugiati sul territorio nazionale e locale”.

Torino nel 2009 si è trovata di fronte al problema dello sgombero dell’ex clinica San Paolo in corso Peschiera, dove vivevano oltre 400 rifugiati. Circa metà di questi vennero trasferiti a Settimo Torinese, al centro Fenoglio della Croce Rossa, mentre la metà restante fu mandata nella ex caserma Lamarmora in via Asti, liberata circa un anno fa.

 

Qual è il bilancio della gestione dei rifugiati a Torino negli due ultimi anni?

“Non è positivo. L’ex clinica San Paolo è stata una pagina vergognosa, centinaia di persone per più di un anno hanno vissuto in una condizione igienico ambientale e sociale assolutamente inadeguata per una città civile come Torino”.

Le soluzioni che sono state adottate sono state efficaci?

“Da una parte l’amministrazione comunale ha optato per la concentrazione temporanea dei rifugiati in via Asti con un impiego di risorse notevole. Sono stati utilizzati più di 800 mila euro per progetti di inserimento di bassissimo livello e con scarsi risultati. Per contro c’è stato il progetto seguito dal Coordinamento “Non solo asilo”, che tramite finanziamenti europei (circa 400 mila euro) ha distribuito sul territorio piemontese piccoli gruppi di profughi. Attraverso una rete di collaborazione tra enti locali, comuni, comunità montane, terzo settore, volontariato, si è cercato di inserire i rifugiati nel tessuto sociale. Almeno una ventina di comuni hanno partecipato a questo progetto, raggiungendo dei risultati più alti rispetto a quelli di via Asti”.

Che fine hanno fatto i rifugiati trasferiti in via Asti?

“Nella ex caserma Lamarmora non c’è più nessuno. Circa una quarantina di rifugiati, per lo più provenienti dal corno d’Africa, vivono in via Revello, in una dependance della ex clinica San Paolo, mentre altri ottanta si trovano in una casa occupata in via Paganini. Circa una decina, che non volevano abbandonare via Asti, hanno occupato l’ex palazzina dei vigili urbani in corso Chieri e, nonostante le polemiche, stanno vivendo lì ormai da un anno, in condizioni forse peggiori di corso Peschiera”.

Adesso con i tunisini Torino si trova ad affrontare nuovamente la questione immigrati.

“La situazione dei tunisini non c’entra niente con quella dei rifugiati. I rifugiati, che possono richiedere il diritto di asilo, sono persone provenienti da paesi che vivono una situazione di guerra civile, di grave instabilità politica e sociale e che sono costrette a fuggire dal proprio paese per salvare la propria vita.  La Tunisia non rientra tra questi, pur trovandosi in un momento di grave crisi economico-istituzionale”.

Qual è la differenza?

“Quando uno straniero arriva in Italia può fare richiesta di asilo politico. A quel punto entra a far parte dello Sprar, il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati e viene accolto nei Cara, i Centri di accoglienza per i richiedenti asilo, in attesa di essere convocato dalle commissioni prefettizie che decidono se la persona può ottenere o meno l’asilo politico. Dopo aver ottenuto lo status, la persona è libera di circolare sul territorio nazionale e ha tutti i diritti degli immigrati con regolare permesso di soggiorno. Invece il “migrante economico” modello tunisino può entrare in Italia secondo le modalità classiche, quindi o per il decreto flussi o per ricongiungimenti familiari o per sanatoria, ma non per ingresso clandestino in Italia, come sta succedendo in questi giorni a Lampedusa”.

 

Agosto 2010. Alcuni profughi, dopo aver lasciato la caserma di via Asti, occupano una ex stazione dei vigili in corso Chieri (fonte: www.torino.repubblica.it)

È giusto questo?

“Assolutamente no. Perché la Tunisia, anche se non sta attraversando una vera e propria crisi militare, sta comunque vivendo una condizione di instabilità politica, che ha ridotto la coesione sociale, ha messo in gravi difficoltà il governo del Paese e ha reso ancora più difficile la situazione economica. In uno scenario simile è ovvio che molte persone tendano a cercare di autodifendersi cercando una via di fuga”.

Quale potrebbe essere la soluzione per gestire l’esodo tunisino?

“Concedere ai tunisini un permesso temporaneo di protezione umanitaria di tre- sei mesi (come avvenne negli anni ’90 per i migranti albanesi, kosovari e bosniaci), per permettere loro di stare sul territorio nazionale o di cercarsi una soluzione in maniera dignitosa, da esseri umani, non da fantasmi della legittimità. In questo modo sarebbero liberi anche di andare all’estero, senza il rischio che qualche frontiera li rispedisca indietro. Basterebbe applicare la legge Bossi-Fini. Si tratterebbe di una soluzione provvisoria, ma almeno non si creerebbero dei clandestini, delle persone inesistenti la cui sopravvivenza diventerebbe complicata”.

Alla luce di questa esperienza cosa pensi della possibilità di ospitare i migranti tunisini nella tendopoli allestita all’Arena rock?

“Non ha senso concentrare delle persone in un luogo, dentro a delle tende, obbligandoli a restare lì, senza poter uscire perché considerati clandestini. Il tutto per poi far sapere loro che verranno rimandati in Tunisia. Il rischio è quello di ripetere quello che è successo a Manduria: decine di disperati che tentano di fuggire. Con la differenza che intorno all’Arena rock non ci sono i campi, ma centri abitati”.

Con quali conseguenze?

“Gli scenari sono due: o verrà militarizzato il territorio, perché bisognerà mettere un sacco di militari e poliziotti per evitare le fughe oppure si deciderà di concedere le fughe. In entrambi i casi si tratta creerebbe un clima di tensione”.